martedì 15 aprile 2014

Tabù 1

Bisogna iniziare a pensare che fare figli è un lusso.

Noi italiani siamo tanti. In Italia e in giro per il mondo.
Siamo in ogni dove e godiamo ovunque di buona salute. Il nostro sangue, da quando questo paese si chiama Italia, 150 anni fa, ha inondato il pianeta. Già solo gli oriundi di Brasile, Argentina e Stati Uniti sono più di noi italiani. In Argentina e Uruguay è con una parte di sangue italico metà della popolazione.
Biologicamente (se questo vuol poter dire qualcosa e se qualcuno lo ritiene importante) non esiste possibilità che ci estinguiamo, o per lo meno non prima degli altri.
Viviamo in un paese di cui tutti ci lamentiamo, ma che nella media mondiale è un paese altamente desiderato. Abbiamo una pressione ai confini che sfocia ogni anno in centinaia di morti di poveri disperati che cercano una vita migliore.
Ora mi chiedo, date queste premesse, qual'è il motivo per cui la maternità e la paternità sono visti come diritti, non privati, non voglio assolutamente entrare nella scelta individuale di procreare, bensì pubblici, cioè qual'è il motivo per cui il sistema pubblico di questo paese dovrebbe aiutare la procreazione di nuovi nati di sangue italico, quando non servono assolutamente a nulla?
Penso che sia giunto il momento di dire, vuoi fare un figlio, sono cazzi tuoi, e anzi, sono anche cazzi della comunità. Non serve, è un lusso, che ti tasso perchè è un danno economico che tu fai alla comunità. Anche perchè, in Italia, il figlio e la famiglia, vengono visti esclusivamente come un fatto privato. Diverso sarebbe se le scelte per i nuovi nati venissero dettate dalla comunità nel suo complesso, il che vorrebbe dire che il figlio che metti al mondo, non è tuo, ma di tutti, non devi educarlo tu, ma tutti. Quindi allontanamento dell'erede dalla famiglia alla fine dello svezzamento e educazione lasciata completamente in mano alla comunità attraverso collegi, ricoveri ed altro. Ma nel momento in cui questo non succede, non vedo perchè la comunità debba aiutarti in una tua scelta privata.
Dove sta il pragmatismo nel dover educare, crescere, proteggere un essere umano che costa, di cui deleghi gran parte della sua crescita sociale ad un privato su cui non hai nessun tipo di controllo, quando è pieno di immigrati che possono prendere il suo posto? Che arrivano maggiorenni già pronti a lavorare? E un paradosso logico.
Quindi, vuoi fare un figlio come desideri ed educarlo come vuoi? Paghi un ticket elevato allo stato sotto forma di tassa quando lo metti al mondo, paghi la sua educazione e la sua crescita, paghi e fai ciò che vuoi. Vuoi un aiuto, tipo pagamento degli stipendi durante la maternità, scuola pubblica, asili nido, etc..., benissimo, ma quel figlio non è più tuo, e tu hai gli stessi diritti su di lui, di qualunque membro della comunità, scelte della scuola, tempo che passi con lui, sport che deve fare.
E questo porterebbe ad un altro vantaggio, l'inizio dello smantellamento dell'architrave marcio di questo paese : La famiglia.

giovedì 27 marzo 2014

Dialoghi immaginifici di una realtà indicibile

Gilda (Mia ex): Ciao Carlotta, quanto tempo
Carlotta (Mia amica): Ciao Maria, buon anno
Gilda: Maria? Sono Gilda
Carlotta: Si, scusa Gilda, è che nell'immaginario collettivo e quindi anche mio, la tua persona è conosciuta con il nome di Maria.
Gilda:: Maria?
Carlotta: Si, Maria. La prescelta. E questa volta, voleva fare le cose per bene, direttamente, senza bisogno di angeli e di spirito santo. Questa volta era proprio Lui.
Gilda: Lui?
Carlotta: Ah, quindi non hai capito proprio nulla. E io che pensavo che la tua fosse stata una scelta dettata dall'umiltà e dalla paura. Lo avevo anche compreso. Non è da tutte assumersi una responsabilità così alta. E che lui non è esplicito, vuole vivere tranquillamente senza che tutti sappiano chi è. Ma pensavo, che dopo che lo avevi vissuto per un anno, fossi arrivata a capire. Ancora non so in quanti sappiamo veramente la sua identità. Io mi ricordo l'ho scoperto per caso.
Gilda: Non ci sto capendo niente
Carlotta: Non ci credo......Comunque io ho scoperto la sua vera natura per caso. Una mattina di 6 anni fa. Non penso che lui volesse svelarmi chi era. Ero con lui in Via della Ginnastica. Ci eravamo svegliati insieme e stavamo facendo colazione. Lui stava preparando il caffè, ma doveva ancora metterlo sul fuoco. Io mi alzai dalla cucina e andai a sciacquarmi la faccia in bagno. Lui pensava che io non lo sentissi, ma udii in lontananza "Talità kum, Talita Kum, Taaaliiitaaa Kuuuum" Non capivo cosa volesse dire, ma ritornai in cucina e il caffè era pronto. Ed era impossibile, non mi ero assentata per più di 30 secondi. Scopri nel pomeriggio che Talita Kum, vuol dire "Alzati" in aramaico. Capisci? Gli parlai la sera e lui dovette ammettere tutto.
Gilda: Ammettere cosa?
Carlotta: Gilda, Marco è Dio. E tu, come Maria due mila anni fa, eri stata designata per portare in grembo il salvatore. Colui che ci avrebbe indicato la terra promessa. L'umanità tutta pensa che di Maria c'è ne sia stata solo una. Ma non è vero. E' l'unica poveraccia che ha accettato il fardello di essere contemporaneamente amante platonica e madre di Dio. Che poi, Dio, mica voleva un amore platonico. E che 2000 anni fa Le donzelle di Nazareth, mica la davano via così facilmente. Per cui Dio dovette inventarsi sta storia del Arcangelo Gabriele, dello spirito santo e di Giuseppe. A Maria, non le piaceva trombare e quindi Marco, scusa Dio, scelse Giuseppe, che per una malattia d'infanzia abbastanza comune al tempo, era completamente impotente. Ma questo non vuol dire nulla. A Dio piace trombare. Penso che te ne sia accorta in questi mesi...
Comunque, ribadisco, non sei l'unica che ha rifiutato. Marco mi diceva che solo nel secolo scorso almeno tre donne non ci sono state. l'umanità cerca ancora una nuova Maria. Non sai quanto tutti sperassimo che con te fosse giunto il momento. Ma non ti biasimo. Forse l'umanità cadrà in una spirale di violenza, fame e distruzione per colpa tua, ma capisco perfettamente il tuo stato d'animo. Soprattutto ora che comprendo che non avevi capito......

martedì 21 gennaio 2014

OLD TIME

Quando mi hanno chiesto, di scrivere l’editoriale, per questa uscita speciale de IL PICCOLO, completamente focalizzata  sul Dottor Bergamasco, ho sorriso, ripensando, a quando lo conobbi quel lontano mercoledì. 
Era una classica giornata triestina, datteri e mango facevano da orizzonte alle sperse pozze della Val Rosandra. 
Ranocchi e salamandre riscuotevano successo come saltimbanco alle porte di Via Colonna, ove quasi per caso, amici miei, che sarebbero diventati anche suoi e amici suoi poi diventati tutti molto amici di Ilaria (citazione a quella sporca che si è laureata la settimana scorsa), si incontravano per sedute di lettura che comprendevano :
Il diario segreto di Mick Doohan  (ZAC)
La difficile arte di sopravvivere (Gardel)
Piccoli Stevanin crescono (Dal Forno)
D’Annunzio. Suo rapporto con la Sborra (Matteo Genova)
L’avanguardia  rivoluzionaria non è utopia (Casarsa)
Poesie di Vuk Karazic. (S’ciavi)
Ed un terrone si chiavava sul poggiolo una troia basca che inneggiava alla rivoluzione.

Fu lì che rimasi abbagliato dallo sguardo del Bergamasco, quasi da non riconoscerlo appartenente alla mia stessa specie. Quasi da non credere, che quel suo atteggiamento così accondiscendente,  verso le propensioni all’omosessualità dei suoi compari, fosse conseguenza diretta, del suo aver già precedentemente assistito, alla gustosa mangiata di vomito fatta dal del Zaccomer amico.
A chi non ricorda, quelli furono anni importanti, segnati da improvvisi cambiamenti sulla scena artistico culturale della città giuliana. 
I cinesi si impossessavano di Borgo Teresiano, senza che dalla città provenissero urla di disgusto e disprezzo per la feccia gialla.  
Una città invasa per anni da un aristocrazia balcanica, seria e onesta, veniva presa d’assalto da una marea putrida e oscenamente maleodorante di esseri sottosviluppati provenienti dall’estremo oriente.
In questa nuova realtà muoveva i primi passi il Bergamasco che, col suo occhio attento, capi da subito come incrementare le sue conoscenze intellettuali. 
Lo ricordo nei veri posti della cultura mitteleuropea, mentre mangiava un panin de porzina da pepi s’ciavo, degustava la cantina di Libero Luganis, si intratteneva  sessualmente  con il vecchio rincoglionito di Siora Rosa in cambio di un paio di caffè corretti. 
La sua prima svolta fu quella di conoscere un suo fraterno amico di infanzia: Il barone De Rinaldi. Con questi intraprese un lungo legame che  spinse seriamente, il Barone a pensare al divorzio. 
E del Barone proprietà,  fu la seconda dimora del nostro eroe. Via Risorta a due passi da Libero, che per la vicinanza del Bergamasco decise ben presto, dopo una militanza più che trentennale, di darsi ad altro. Infatti le armoniose melodie di canzoni popolari triestine, che accompagnavano le dolci notti di Via Risorta, furono, all’improvviso sostituite, dall’audio di pornazzi amatoriali che il nostro Bergamasco era solito visionare in compagnia dei suoi compagni di merenda. Gare a chi sborrava più lontano erano all’ordine del giorno
Posso sostenere, senza paura di smentita, che l’appartamento in via Risorta è stato uno di quei posti, in cui si crea qualcosa, in cui l’energia sprigionata da menti argute e fervide, plasma nuovi modi di vedere le cose. Era facile, magari durante l’ora del te, trovare il nostro amico rapito in alte discussioni con il rabbino Zaccomer sulle possibilità della Honda nel campionato mondiale, o intento col Dal Forno a scovare nuovi modi per cucinare il pollame che costantemente, anche avariato, arrivava in Via Risorta. Più abitualmente le discussioni riguardavano chi dovesse comprare il mocio usato, che solitamente il centro studi del sincrotrone passava a ritirare, per studiare nuove forme di vita batterica sconosciute all’umanità
Furono due anni felici. Poi, quando il bottegher sotto casa , stanco delle continue gettate sulla persiana, minacciò di morte i nostri cari amici, quella che è stata probabilmente l’esperienza culturale più importante del dopoguerra italiano, svanì, per riprendere in un altro appartamento del De Rinaldi. Questa volta a due passi dal lungomare. Appartamento diventato leggenda: Via Diaz 17
Qui il Bergamasco andò a vivere in camera con un mezzosangue, il dottor Pozzati, ma erano frequenti le sue scappatelle in camera del Romandilson,  dove i due stavano svegli nottate intere a sbocchinarsi a vicenda. 
Molte furono le feste di quel periodo. Ed è in questo preciso momento che il Bergamasco scopre le gioie dello studiare. Diventato storia il suo esame di informatica con il Professor Merson. 
Era un esame duro, almeno una persona ogni 100.000 doveva ripeterlo. Il professor Merson faceva con cattiveria, domande impossibili tipo:
Come si accende un computer.
Come si spegne un computer.
Come si riavvia il computer.  
Dopo tre mesi di studio intenso, il Bergamasco era, con sforzi sovraumani, riuscito a capire ed a rispondere alle prime due domande, ma la terza era proprio un qualcosa a lui estraneo, per riavviare il computer infatti, usava un metodo infallibile: collegava al computer un parafulmini che trovava spazio sulla finestra di camera sua, così facendo ogni qualvolta un temporale investiva la città giuliana, il pc del Pozzati si riavviava. Questo portò a tre conseguenze: Merson mise 30 al Bergamasco considerandolo un genio, il computer del Pozzati iniziò ad esprimersi in aramaico, e Romandilson iniziò a trasformarsi in quello che tutti vediamo oggi.
Le vicissitudini continuarono, feste abbiamo detto, che dettavano le regole del divertimento a Trieste, in cui il nostro amico, pur essendo uno dei padroni di casa, se ne sbatteva altamente, sobillando la folla a fare più casino possibile.
Almeno 10 nuovi nati a Trieste nel periodo 1999-2001, sembra siano diretta responsabilità degli incitamenti alla lussuria che il Bergamasco era solito fare durante questi party.

martedì 8 ottobre 2013

GUIDA DEI RISTORANTI

GUIDA DEI RISTORANTI 
di Marco Todesco


PREMESSA E QUESTIONE DELL'ANONIMATO
Non è richiesto ad un critico d’arte il pagamento del biglietto di una mostra, non si chiede al critico cinematografico il pagamento del cinema, al giornalista sportivo l’entrata allo stadio è offerta gratuitamente e per rimanere in ambiti di settore, non si chiede alla guida dei vini di pagare il vino che degusta per le proprie valutazioni: i campioni vengono spediti gratuitamente. Così per la guida degli olii. Perché quindi la ristorazione è l’unico settore in cui per fare critica onesta bisogna dimostrare di aver pagato il conto?

Ciò è logicamente scorretto. Può esserci anonimato senza la necessità di pagare il conto, e può non esserci anonimato pur se questi conti si pagano. Nel momento in cui si è d’accordo con questa visione delle cose, e facendo un passo ulteriore dal punto di vista logico, occorre capire se per la buona fattura di una guida sia più importante l’anonimato, il pagamento dei conti o se siano necessarie entrambe le cose.

Con ogni ragionevole probabilità né una né l’altra sono particolarmente importanti per i ristoranti di livello alto e molto alto, mentre l’anonimato diventa strategico per tutti i ristoranti che hanno punteggi medi, bassi e per le osterie. Perché questo? I ristoranti con punteggi alti sono abituati a frequentare con assiduità eventi e manifestazioni. Sanno cosa succede nel mondo della critica e soprattutto conoscono chi questa critica la fa. In più in questa fascia di ristoranti, il lavoro svolto in cucina ed in sala è una macchina talmente rodata che non può prevedere il cambiamento improvviso. Anche se il cliente è riconosciuto, lo sforzo per cercare di modificare la routine del ristorante diventa inutile se non dannosa da parte dello chef, del ristoratore, del personale di sala.
Per lo stesso motivo, l’anonimato risulta più importante in tutti quei ristoranti di livello medio o medio basso. Qui la modifica per il “cliente speciale” diventa possibile e quindi se la persona che va a redigere la scheda fosse riconosciuta, il contenuto di tale scheda potrebbe essere alterato.
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PROBLEMI DELLA GUIDA
Parlando con chef sono facilmente individuabili i difetti di una guida dei ristoranti come la nostra:
- Difficoltà nel valutare ogni anno tutti i ristoranti presenti in guida
- Difficoltà nel testare più volte all’anno i ristoranti della guida
- Mancanza di professionismo dei collaboratori

In più aggiungiamo:
- Un anonimato che è molto più raccontato che reale
- Una correttezza morale difficile da provare

Tutti i punti appena elencati si possono riassumere in un unico grande problema, la mancanza di sufficienti denari per realizzare la guida perfetta. Una guida dove tutti i ristoranti sono testati, magari più volte e da persone diverse durante l'anno; una guida dove tutti i collaboratori hanno le loro schede retribuite (il professionismo di cui sopra) e sono rimborsati per la cifra che spendono.

Questione di spesa, dunque. Occorre considerare, in questo senso, che la spesa maggiore di una guida dei ristoranti sono i conti dei ristoranti stessi. Unico caso in cui si paga per dare un servizio: chi paga è chi compie il lavoro (l'editore della guida), non chi ne beneficia (il ristoratore segnalato).
Essere costretta a pagare i conti dei ristoranti, non permette all’azienda di compensare adeguatamente chi produce critica. Tutto l'investimento va a remunerare il ristoratore “scrutinato” e non il critico “scrutinante”. La conseguenza? Avere dei collaboratori che fanno questo lavoro solo per passione: in un mondo ultra professionistico come quello della ristorazione, questo è un non senso logico. E mette in difficoltà il processo redazionale, visto che non si può pretendere più di tanto da chi lavora senza retribuzione.
Se la guida dei ristoranti del Gambero Rosso potesse non pagare i conti ne avrebbe grossi benefici economici, a cui si aggiungerebbero anche benefici di immagine (sarebbe la prima guida a fare questo passo, risultando innovativa e subito imitata) e soprattutto miglioramenti tangibili sul risultato finale della guida, nell'interesse dunque dei lettori e dei ristoratori in ultima istanza.

PROPOSTA
Come fare? E soprattutto come fare senza perdere l'anonimato di cui tutti sembrano non poter fare a meno?

In occasione della presentazione della prossima guida, si comunica agli addetti ai lavori, all’opinione pubblica, all’informazione generalista, che dall'anno successivo i conti dei ristoranti, in occasione delle visite degli ispettori, saranno a carico dei ristoranti stessi.
Con il seguente meccanismo. Tutti quei ristoratori che volessero essere nella guida 2014 dovranno spedire un minimo di tre buoni firmati per due persone (via pdf, per comprimere al massimo le spese per i ristoratori). I buoni verranno gestiti dalla redazione della guida, verranno assegnati ciascuno ad un determinato ispettore che potrà così presentarli, restando anonimo, alla fine del pasto all'atto di pagare il conto (magari prima di far emettere ricevuta). Questo porterebbe ai seguenti benefici:
- Possibilità di testare più volte i ristoranti
- Il ristoratore saprebbe in tempo reale quando è avvenuta la visita e non potrebbe mai più lamentarsi di essere stato inserito in guida senza essere stato visitato
- Possibilità di crearsi una rete di ispettori remunerati (anche se poco) e quindi controllabili nello svolgimento del loro lavoro; più fidelizzati alla redazione; magari utilizzabili di più e meglio su sito, mensile e altre piattaforme. Possibilità insomma di far crescere una potenziale classe di ispettori-di-professione
- Notevole mossa in termini in comunicazione. Tutti parlerebbero di questa svolta epocale; certo non mancherebbero le critiche, ma, preparandosi, si potrebbero tranquillamente volgere in positivo
- Guadagno in termini di risultato complessivo, persone pagate vuol dire professionismo e professionalità, per cui lavoro migliore. E la cosa va in primis a vantaggio dei ristoratori
- Un guadagno in termini di onestà intellettuale: si pone il problema (fare una guida al massimo della serietà costa cifre insostenibili) e si dice chiaro e tondo come lo si vuole risolvere
- Si torna ad essere innovativi, opinion leader di riferimento

COSTO PER I RISTORANTI
E quindi ci rimettono solo i ristoratori? No: i ristoratori avranno un servizio migliore, utile, serio, autorevole. Da parte loro molto controllabile e valutabile. E lo pagheranno poco, molto poco. Quanto costerebbe loro tutta la rivoluzionaria operazione? Quasi niente. Ogni ristorante ha delle spese fisse e delle spese variabili. A guardar bene l’unica spesa variabile di un ristorante in funzione di un cliente in più è ciò che si mangia. In termini economici il costo marginale di un coperto in un ristorante è esclusivamente il food cost. Il food cost per un ristorante di alto e altissimo livello non è mai superiore al 25% del conto, e si abbassa con il crescere del conto stesso. La media dei food cost di tutti gli esercizi censiti in guida sta ben sotto al 20%. Ma stiamo pure sul limite massimo dell'ipotesi.
Al massimo della spesa, escludendo bottiglie di vino che non saranno ricomprese in alcun modo nel buono e che l'ispettore, eventualmente, pagherà a parte e di tasca sua, parliamo per un conto di 100 euro di (25 euro food cost * 2 persone) * 3 visite = 150 euro. E siamo nella fascia altissima che prevede che tutte e tre le visite vengano effettuate e che tutte e tre vengano effettuate da una coppia (sempre preferibile per provare più piatti e non dare nell'occhio) di persone e che ci si trovi in un ristorante 'da cento euro'. L'investimento medio che l'operazione richiede ai ristoratori dunque si colloca ben al di sotto degli 80 euro annui. Probabilmente l'operazione non comporterà il fallimento di nessun ristorante e potrà essere compensata, per ogni esercizio inserito in guida, con l'invio gratuito di tre copie della guida da tenere in sala.

VISION
Questa notevole innovazione con le sue conseguenti riduzioni dei costi e con i suoi relativi maggiori investimenti sulle risorse umane, gli ispettori, le professionalità e il prevedibile passaggio dalla carta alla app delle guide (se ne stamperanno sempre meno, se ne venderanno sempre di più -e a costo inferiore- su supporti digitali) con un ulteriore calo dei costi ed un aumento dei margini, potrà portare a tendere un settore storicamente in perdita (e quindi marginalizzato in periodi di difficoltà) a non perdere più soldi e, parallelamente, ad accrescere la propria autorevoleza.
In particolare in riferimento alle app ed alla loro importanza strategica nel mondo delle guide di ristoranti (non solo Gambero, ovviamente), risulta vieppiù strategico poter disporre di una rete di professionisti sempre pronti e sempre nelle condizioni di poter effettuare visite, con il fine ultimo di rilasciare più nuove versioni della guida durante l'anno e non una unica edizione che valga per 12 mesi pur risultando decisamente invecchiata dopo molti meno.


OBIEZIONI

Come sarebbe vissuto, in questo periodo storico con tutte le aziende della ristorazione in crisi, uno scarico di oneri (seppur minimi come abbiamo visto) da un editore ad un ristoratore?

Il Gambero Rosso è nell'attuale momento in grado, a livello di immagine e di autorevolezza, ad imporre una operazione simile? L'azienda è attualmente in grado di sopportare le critiche, rispondere con lucidità?

Come comportarsi con quei ristoratori che decideranno di non partecipare all'operazione e si rifiuteranno di inviare i buoni?

Come ci si orienterà con i nuovi ingressi in guida? Con le nuove aperture? Con i ristoranti che non sono negli indirizzari aziendali e che quindi non possono ricevere la richiesta di invio-buoni?


lunedì 30 settembre 2013

TRST

Trieste Trieste Trieste Trieste
Arrivai che ero un ragazzetto
Ma ti riconobbi nel mio sangue
Come se da sempre ti avessi conosciuto

I nonni parlavano la tua lingua
ma io non comprendevo il motivo
per cui si ostinassero a comunicare nel tuo idioma
pur essendo esuli da tempo

Otto anni bellissimi ci siamo donati
senza che mai il minimo dubbio ci sorgesse
eravamo fatti l'uno per l'altro.
Ed in breve mi trasformasti in tuo cittadino

Poi, diventato uomo, mi lasciasti partire
Entrambi capimmo che dovevo andare
Ma sapevamo che era un arrivederci
E infatti mai ti lasciai completamente

Otto anni da foresto che torna dalla sua bella
Si eri la mia bella Trieste mia.
Per te ho tradito le mie radici
Il leone alato si chiede ancora perchè

Ti avevo lasciato una casa.
Dove ognuno si è sentito accettato
che è diventata una certezza
per tutti coloro in cerca di un giaciglio

Ho decantato per ore le tue lodi.
In ogni dove ed in ogni modo
Ho esportato i tuoi vini. Ho divulgato il tuo essere,
senza chiederti niente in cambio

Ti ho ammirato e ti ho ringraziato
dal molo e dal carso. In scooter e al mare
Ogni volta che tornavo, ti donavo un momento
Solo per noi. Senza nessun altro

Sono stato gentile e ti ho compreso
Mi davi forza e speranza.
Se era buio accendevi la luce
Se ero triste mi rallegravi

E adesso mi cacci, stuprando le mie certezze
Son due anni che non ti comprendo più
Che non mi dai più gioia e allegria
che cerchi di farmi capire che non vi è più posto per me

Cosa ti ho fatto Trieste mia? Sono stato cattivo?
Vuoi veramente che non torni più?
Che dia via tutto ciò che ci unisce?

Io sono pronto. Ma sappi che ti mancherò

lunedì 8 luglio 2013

TONY, FREDDY, TERRY E LA TRADIZIONE POPOLARE

Tony, Freddy, Terry e la tradizione popolare

Si era ritovato così.
Dagli tu spiegazioni, morali, significati su quello che poteva essere, semantiche incomprese anche dagli attuali, figurarsi doverle spiegare a qualunque altra forma animale.
E lui stesso pensava che era così, quindi perchè non riusciva a smettere di pensare?
15 anni lunghissimi. A guardare una porta e cercare di capire perchè era successo a lui. Chiuso in uno scantinato di dimensioni ridotte per non dire esigue.
A tradurre in almeno quattro dialetti diversi ogni singola frase del campionario per corrispondenza della S.C:A.R. Ph Consuling sugli oggetti da non dimenticare quando si va in vacanza.
Ma sapeva anche lui che non ci sarebbe mai riuscito, e lasciava alla mera creazione di neologismi cadenzati, gran parte delle verità del catalogo
Ok. Ma questo era stato solo l'ultimo dei suoi divertissement.
Ma da dove la si volesse osservare, la creazione di quella maledetta tradizione popolare, era supportata dal consiglio dei saggi. Enormi e completamente automatizzati.
Ed era in auge da ancor più a lungo dell'ultima volta in cui "Freddy si era deciso a correre e ad alzarsi dal suo posto di ipotetico controllore e guida dei suoi sodali".
Era questo il punto. Il problema.
Era l'unica cosa che si imparava fin da bambini. Le uniche tradizioni popolari, regole morali, attestati di riconoscimento validi ed inconfutabili erano quelli precedenti a quando "Freddy si era deciso a correre e ad alzarsi dal suo posto di ipotetico controllore e guida dei suoi sodali"
Ovvio che la prima cosa che aveva provato a fare era infilarsi nelle pieghe di quella stupida regola. Gli ci erano voluti anni. Dovette desistere. Troppe le affinità con Terry nel passato dei suoi antenati.
Terry. Freddy.
Due nomi che affossavano le migliori intenzioni. Sinonimo di gioia e agilità intuitiva. Contrario di Savoir faire e peccaminoso.
Terry e Freddy. C'era un prima e un dopo.
Intagliati per l'eternita' in blocchi di legno ignifugo, ma che comunque era andato a fuoco, con tutto ciò che questo significò giù al paesello.
A lui era toccato una di quelle tradizioni popolari che sembrano insignificanti ma che denunciano un chiaro disagio. Una di quelle di cui ne parla la gente al bar, di fronte ad un panino con salame, castelmagno e lampascioni sott'olio. A cui nessuno presta attenzione.
Un truismo culturale.
Un truismo culturale che aveva sformato un mondo intero. A causa della sua indecisione.
Si ricordava ancora quella giornata in cui la tradizione popolare era giunta a compimento.
Ne aveva visto i segni. Ne aveva ricongiunto i mille cristalli. Come pezzi di un salvadanaio ancora intero.
La mattina Flora aveva alzato il gomito. Lei che non beveva mai. Era astemia. Come aveva potuto. Era la sua assicurazione.
Il pomeriggio, Gioele aveva ripetuto lo stesso del giorno prima. Era andato a controllare di persona, ma tanto sapeva che Gioele erano anni che ripeteva lo stesso del giorno prima. Se Flora era la sua assicurazione, Gioele era la scartina nel mazzo di opzioni delle sue carte mi ha chiamato vincente ma è uno zingaro un trucco.
La sera il geco che stazionava sui muri perimetrali della sua dimora, si era trasformato in Tina Turner a 16 anni. Ora, questo non succedeva particolarmente di frequente, ma non era sicuramente la prima volta che capitava
La notte si era addormentato.
Le quattro condizioni si erano per la prima volta manifestate contemporaneamente, la tradizione popolare aveva le condizioni necessarie e sufficenti per venire alla luce. Per ostentare la sua grazia e la sua parvenza intellettuale.
Già la mattina si rese conto che le cose erano cambiate. Non era nemmeno uscito in terrazza. E ancora se ne rammaricava, dato che mai più ne ebbe occasione.
Dalla finestra di casa sua riconobbe l'oleografia del Charlton Heston dei Dieci comandamenti interpretare Pelè in Fuga per la Vittoria.
E persone, persone, persone. Mille, migliaia, milioni di persone. Certo non le vedeva tutte, ma ne riconosceva l'odore, l'attrito, i desideri di conversione.
E in quel momento, avrebbe dovuto agire subito.
Ma lui non lo fece. Pur conoscendo la tradizione popolare che lo riguardava da sempre.
E poi nel pomeriggio, il nuovo errore, quello definitivo.
Aveva alzato verso destra il copri chiave della serrattura dell'entrata di casa. Da quel buco, la pressione dei sospiri delle persone che stazionavano di fronte a casa, arrivati ormai, secondo le ultime stime, a più di 4 miliardi, lo scaraventò verso dietro, finchè la forza dell'aria lo incastrò nello sgabuzzino che ostentava di fronte alla porta d'ingresso.
E oggi 15 anni dopo, era ancora lì, a decidere cosa fare di quella tradizione popolare che gli si era attaccato addosso, in gran parte per colpa della Flora e di quella sua mattina da beona.
Si effettivamente questo non se lo era ancora spiegato. Perchè la Flora quella mattina aveva deciso di alzare il gomito. Lei, missionaria e ricreativa. Lungi da vederla in una qualunque situazione diversa.
Lei, proprio lei..
Ma dopo 15 anni, non ne poteva più. Bisognava iniziare a fare quello per cui era venuto al mondo. Quello che la tradizione popolare voleva.
Poi si chiese cosa potesse essere cambiato rispetto al giorno prima e si diede altri 20 minuti per decidere.
Si alzo'. Andò alla porta e con una sicurezza che lo sorprese appoggiò la mano destra sul pomello. Che gelida manina pensò il pomello.
Aprì la porta e non gli venne in mente niente di meglio che chiedere "Ma oggi si scia su al Passo di Campolongo?" Effettivamente la giornata era alquanto fredda e si intravedevano in lontanza cime innevate. A un secondo sguardo si rese conto che non era neve, ma tuniche bianche di vecchi filosofi greci giunti per l'occasione. Erano lontani perchè nella loro saggezza sapevano che ci sarebbero voluti 15 anni e se la erano presa comoda.
Ma la sicurezza arrivò tutta in un colpo. Alla vista di quella miriade di persone che offuscavano l'orrizonte, capì che non poteva più tirarsi indietro.
"Cominciamo"
Le lettere ci,o,emme,i,enne,ci,i,a,emme e o risuonarono lungo tutta la valle. Le persone esultarono dalla gioia, calvi si strapparono le vesti, un'orda di personaggi con tatuaggi da bassa capitaneria di porto iniziarono a fischiettare. Felicità e sagacia riempirono i canali della valle.

Ed eccolo qui. Dopo 15 anni di indecisione a dover decidere per il 33,333333 %, si, un terzo, delle persone che avevano abitato la terra. Prima e dopo Freddy e Terry.
La tradizione popolare non poteva essere messa in discussione, e la sua recitava chiaro:
Se mai Flora alzerà il gomito nella stessa giornata in cui Gioele ripeterà lo stesso del giorno prima, il geco prenderà le sembianze di TIna Turner a 16 anni e Tony si addormenterà, Tony stesso dovrà decidere il destino di un terzo delle persone che hanno abitato il mondo, valutandole esclusivamente per la precisione nel recitare le preghiere, le perversioni sessuali e il colore preferito. In cambio prenderà il posto del figlio del Sultano del Brunei
Quindici lunghissimi anni per decidere. Adesso però era pronto. Non vedeva l'ora di cominciare.


"Entri il primo" disse Tony

sabato 9 marzo 2013

Prime impressioni


Sono solo sensazioni. Potrei essere nell'errore più' totale, ma, mie e completamente soggettive.
Eccomi qui a scrivere le mie prime impressioni newyorkesi. La prima cosa che ti sorprende della città' e' sicuramente l'accoglienza, e' una città' calda e molto semplice di primo acchito.  Il paradosso e' che questo non deriva dal calore delle persone o della città', ma proprio dal contrario, e' una città' che dalla freddezza e dal menefreghismo totale delle persone diventa accogliente.
E' lo stesso paradosso (al contrario) del film di Emmerich The day after tommorow, in cui il mondo soccombe sotto una nuova glaciazione derivante dall'innalzamento del riscaldamento globale. Qui, non gliene sbatte un cazzo a nessuno chi sei, cosa fai, da dove vieni, quindi diventa abbastanza facile inserirsi e farsi i fatti propri in perfetta tranquillità'. Ti senti a casa tua perché' potrebbe essere la casa di chiunque al mondo. Esattamente il contrario di come e' Roma ad esempio, città' calda che diventa freddissima nel momento in cui non condividi le regole di comportamento generale. New york e' enorme, Manhattan no. Sicuramente grande, ma ci si muove con una facilita' che distrugge ogni distanza. Puoi tranquillamente andare da una parte all'altra della città' (considerando anche le vicinanze di Brooklyn, Queens e Bronx) più' volte al giorno senza problemi. E' un luogo dove dopo 3 giorni riesci a muoverti con estrema facilita', e' una rastrelliera perfetta, e' tutto una avenue verticalmente e una street orizzontalmente. Penso di non aver mai utilizzato un numero civico per arrivare in un posto. E' l'isolato che conta, ovvero il quadrato che nasce dall'intersezione tra una avenue e una street, poi il posto lo trovi. La città' cambia in continuazione, abito nell'east village 2nd avenue 7th street, e se quando esco di casa mi muovo verso  sinistra, vero la 3rd avenue,   in 200 metri mi trovo catapultato nella NY dei grattacieli, nella NY da immaginario collettivo. Se vado a destra, verso la 1st av potrei essere tranquillamente nel centro bohemien di una qualunque capitale europea. Andando più' a sud ed entrando a chinatown, potrei essere a Shangai, dove anche i nomi delle cose  sono indicati in lingua indigena. Il tutto vissuto dalle persone con estrema naturalezza. E' la città' di chiunque. La cosa che forse vedi meno e' proprio l'americanita', che finora ho riconosciuto solo nell'orgoglio patriottico del memorial center del World Trade Center (a scanso di equivoci, ero entrato solo perché' mi serviva il Wi-FI : ) ) e in qualche schifosamente obeso che pascola per la città'. La città` ha sicuramente un anima mediterranea, molto più' che continentale. E' pulita, ma non pulitissima, ordinata, ma non ordinatissima. Italiani, Ebrei, Russi e Orientali hanno lasciato il loro imprinting in maniera sicuramente maggiore rispetto agli anglo tedeschi olandesi delle origini. Che pero' mantengono una specie di ultima parola. Ecco quindi forse svelato  l'arcano, che può' concludere il mio ragionamento. E' come un gioco in cui le regole sono state dettate dal più' classico degli Wasp, che pero' ha invitato tutto il mondo a giocare, questo gioco si e' modificato e si e' arricchito, ma lasciando il regolamento delle origini e facendolo diventare in automatico il gioco più' importante del mondo.