martedì 21 gennaio 2014

OLD TIME

Quando mi hanno chiesto, di scrivere l’editoriale, per questa uscita speciale de IL PICCOLO, completamente focalizzata  sul Dottor Bergamasco, ho sorriso, ripensando, a quando lo conobbi quel lontano mercoledì. 
Era una classica giornata triestina, datteri e mango facevano da orizzonte alle sperse pozze della Val Rosandra. 
Ranocchi e salamandre riscuotevano successo come saltimbanco alle porte di Via Colonna, ove quasi per caso, amici miei, che sarebbero diventati anche suoi e amici suoi poi diventati tutti molto amici di Ilaria (citazione a quella sporca che si è laureata la settimana scorsa), si incontravano per sedute di lettura che comprendevano :
Il diario segreto di Mick Doohan  (ZAC)
La difficile arte di sopravvivere (Gardel)
Piccoli Stevanin crescono (Dal Forno)
D’Annunzio. Suo rapporto con la Sborra (Matteo Genova)
L’avanguardia  rivoluzionaria non è utopia (Casarsa)
Poesie di Vuk Karazic. (S’ciavi)
Ed un terrone si chiavava sul poggiolo una troia basca che inneggiava alla rivoluzione.

Fu lì che rimasi abbagliato dallo sguardo del Bergamasco, quasi da non riconoscerlo appartenente alla mia stessa specie. Quasi da non credere, che quel suo atteggiamento così accondiscendente,  verso le propensioni all’omosessualità dei suoi compari, fosse conseguenza diretta, del suo aver già precedentemente assistito, alla gustosa mangiata di vomito fatta dal del Zaccomer amico.
A chi non ricorda, quelli furono anni importanti, segnati da improvvisi cambiamenti sulla scena artistico culturale della città giuliana. 
I cinesi si impossessavano di Borgo Teresiano, senza che dalla città provenissero urla di disgusto e disprezzo per la feccia gialla.  
Una città invasa per anni da un aristocrazia balcanica, seria e onesta, veniva presa d’assalto da una marea putrida e oscenamente maleodorante di esseri sottosviluppati provenienti dall’estremo oriente.
In questa nuova realtà muoveva i primi passi il Bergamasco che, col suo occhio attento, capi da subito come incrementare le sue conoscenze intellettuali. 
Lo ricordo nei veri posti della cultura mitteleuropea, mentre mangiava un panin de porzina da pepi s’ciavo, degustava la cantina di Libero Luganis, si intratteneva  sessualmente  con il vecchio rincoglionito di Siora Rosa in cambio di un paio di caffè corretti. 
La sua prima svolta fu quella di conoscere un suo fraterno amico di infanzia: Il barone De Rinaldi. Con questi intraprese un lungo legame che  spinse seriamente, il Barone a pensare al divorzio. 
E del Barone proprietà,  fu la seconda dimora del nostro eroe. Via Risorta a due passi da Libero, che per la vicinanza del Bergamasco decise ben presto, dopo una militanza più che trentennale, di darsi ad altro. Infatti le armoniose melodie di canzoni popolari triestine, che accompagnavano le dolci notti di Via Risorta, furono, all’improvviso sostituite, dall’audio di pornazzi amatoriali che il nostro Bergamasco era solito visionare in compagnia dei suoi compagni di merenda. Gare a chi sborrava più lontano erano all’ordine del giorno
Posso sostenere, senza paura di smentita, che l’appartamento in via Risorta è stato uno di quei posti, in cui si crea qualcosa, in cui l’energia sprigionata da menti argute e fervide, plasma nuovi modi di vedere le cose. Era facile, magari durante l’ora del te, trovare il nostro amico rapito in alte discussioni con il rabbino Zaccomer sulle possibilità della Honda nel campionato mondiale, o intento col Dal Forno a scovare nuovi modi per cucinare il pollame che costantemente, anche avariato, arrivava in Via Risorta. Più abitualmente le discussioni riguardavano chi dovesse comprare il mocio usato, che solitamente il centro studi del sincrotrone passava a ritirare, per studiare nuove forme di vita batterica sconosciute all’umanità
Furono due anni felici. Poi, quando il bottegher sotto casa , stanco delle continue gettate sulla persiana, minacciò di morte i nostri cari amici, quella che è stata probabilmente l’esperienza culturale più importante del dopoguerra italiano, svanì, per riprendere in un altro appartamento del De Rinaldi. Questa volta a due passi dal lungomare. Appartamento diventato leggenda: Via Diaz 17
Qui il Bergamasco andò a vivere in camera con un mezzosangue, il dottor Pozzati, ma erano frequenti le sue scappatelle in camera del Romandilson,  dove i due stavano svegli nottate intere a sbocchinarsi a vicenda. 
Molte furono le feste di quel periodo. Ed è in questo preciso momento che il Bergamasco scopre le gioie dello studiare. Diventato storia il suo esame di informatica con il Professor Merson. 
Era un esame duro, almeno una persona ogni 100.000 doveva ripeterlo. Il professor Merson faceva con cattiveria, domande impossibili tipo:
Come si accende un computer.
Come si spegne un computer.
Come si riavvia il computer.  
Dopo tre mesi di studio intenso, il Bergamasco era, con sforzi sovraumani, riuscito a capire ed a rispondere alle prime due domande, ma la terza era proprio un qualcosa a lui estraneo, per riavviare il computer infatti, usava un metodo infallibile: collegava al computer un parafulmini che trovava spazio sulla finestra di camera sua, così facendo ogni qualvolta un temporale investiva la città giuliana, il pc del Pozzati si riavviava. Questo portò a tre conseguenze: Merson mise 30 al Bergamasco considerandolo un genio, il computer del Pozzati iniziò ad esprimersi in aramaico, e Romandilson iniziò a trasformarsi in quello che tutti vediamo oggi.
Le vicissitudini continuarono, feste abbiamo detto, che dettavano le regole del divertimento a Trieste, in cui il nostro amico, pur essendo uno dei padroni di casa, se ne sbatteva altamente, sobillando la folla a fare più casino possibile.
Almeno 10 nuovi nati a Trieste nel periodo 1999-2001, sembra siano diretta responsabilità degli incitamenti alla lussuria che il Bergamasco era solito fare durante questi party.

martedì 8 ottobre 2013

GUIDA DEI RISTORANTI

GUIDA DEI RISTORANTI 
di Marco Todesco


PREMESSA E QUESTIONE DELL'ANONIMATO
Non è richiesto ad un critico d’arte il pagamento del biglietto di una mostra, non si chiede al critico cinematografico il pagamento del cinema, al giornalista sportivo l’entrata allo stadio è offerta gratuitamente e per rimanere in ambiti di settore, non si chiede alla guida dei vini di pagare il vino che degusta per le proprie valutazioni: i campioni vengono spediti gratuitamente. Così per la guida degli olii. Perché quindi la ristorazione è l’unico settore in cui per fare critica onesta bisogna dimostrare di aver pagato il conto?

Ciò è logicamente scorretto. Può esserci anonimato senza la necessità di pagare il conto, e può non esserci anonimato pur se questi conti si pagano. Nel momento in cui si è d’accordo con questa visione delle cose, e facendo un passo ulteriore dal punto di vista logico, occorre capire se per la buona fattura di una guida sia più importante l’anonimato, il pagamento dei conti o se siano necessarie entrambe le cose.

Con ogni ragionevole probabilità né una né l’altra sono particolarmente importanti per i ristoranti di livello alto e molto alto, mentre l’anonimato diventa strategico per tutti i ristoranti che hanno punteggi medi, bassi e per le osterie. Perché questo? I ristoranti con punteggi alti sono abituati a frequentare con assiduità eventi e manifestazioni. Sanno cosa succede nel mondo della critica e soprattutto conoscono chi questa critica la fa. In più in questa fascia di ristoranti, il lavoro svolto in cucina ed in sala è una macchina talmente rodata che non può prevedere il cambiamento improvviso. Anche se il cliente è riconosciuto, lo sforzo per cercare di modificare la routine del ristorante diventa inutile se non dannosa da parte dello chef, del ristoratore, del personale di sala.
Per lo stesso motivo, l’anonimato risulta più importante in tutti quei ristoranti di livello medio o medio basso. Qui la modifica per il “cliente speciale” diventa possibile e quindi se la persona che va a redigere la scheda fosse riconosciuta, il contenuto di tale scheda potrebbe essere alterato.
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PROBLEMI DELLA GUIDA
Parlando con chef sono facilmente individuabili i difetti di una guida dei ristoranti come la nostra:
- Difficoltà nel valutare ogni anno tutti i ristoranti presenti in guida
- Difficoltà nel testare più volte all’anno i ristoranti della guida
- Mancanza di professionismo dei collaboratori

In più aggiungiamo:
- Un anonimato che è molto più raccontato che reale
- Una correttezza morale difficile da provare

Tutti i punti appena elencati si possono riassumere in un unico grande problema, la mancanza di sufficienti denari per realizzare la guida perfetta. Una guida dove tutti i ristoranti sono testati, magari più volte e da persone diverse durante l'anno; una guida dove tutti i collaboratori hanno le loro schede retribuite (il professionismo di cui sopra) e sono rimborsati per la cifra che spendono.

Questione di spesa, dunque. Occorre considerare, in questo senso, che la spesa maggiore di una guida dei ristoranti sono i conti dei ristoranti stessi. Unico caso in cui si paga per dare un servizio: chi paga è chi compie il lavoro (l'editore della guida), non chi ne beneficia (il ristoratore segnalato).
Essere costretta a pagare i conti dei ristoranti, non permette all’azienda di compensare adeguatamente chi produce critica. Tutto l'investimento va a remunerare il ristoratore “scrutinato” e non il critico “scrutinante”. La conseguenza? Avere dei collaboratori che fanno questo lavoro solo per passione: in un mondo ultra professionistico come quello della ristorazione, questo è un non senso logico. E mette in difficoltà il processo redazionale, visto che non si può pretendere più di tanto da chi lavora senza retribuzione.
Se la guida dei ristoranti del Gambero Rosso potesse non pagare i conti ne avrebbe grossi benefici economici, a cui si aggiungerebbero anche benefici di immagine (sarebbe la prima guida a fare questo passo, risultando innovativa e subito imitata) e soprattutto miglioramenti tangibili sul risultato finale della guida, nell'interesse dunque dei lettori e dei ristoratori in ultima istanza.

PROPOSTA
Come fare? E soprattutto come fare senza perdere l'anonimato di cui tutti sembrano non poter fare a meno?

In occasione della presentazione della prossima guida, si comunica agli addetti ai lavori, all’opinione pubblica, all’informazione generalista, che dall'anno successivo i conti dei ristoranti, in occasione delle visite degli ispettori, saranno a carico dei ristoranti stessi.
Con il seguente meccanismo. Tutti quei ristoratori che volessero essere nella guida 2014 dovranno spedire un minimo di tre buoni firmati per due persone (via pdf, per comprimere al massimo le spese per i ristoratori). I buoni verranno gestiti dalla redazione della guida, verranno assegnati ciascuno ad un determinato ispettore che potrà così presentarli, restando anonimo, alla fine del pasto all'atto di pagare il conto (magari prima di far emettere ricevuta). Questo porterebbe ai seguenti benefici:
- Possibilità di testare più volte i ristoranti
- Il ristoratore saprebbe in tempo reale quando è avvenuta la visita e non potrebbe mai più lamentarsi di essere stato inserito in guida senza essere stato visitato
- Possibilità di crearsi una rete di ispettori remunerati (anche se poco) e quindi controllabili nello svolgimento del loro lavoro; più fidelizzati alla redazione; magari utilizzabili di più e meglio su sito, mensile e altre piattaforme. Possibilità insomma di far crescere una potenziale classe di ispettori-di-professione
- Notevole mossa in termini in comunicazione. Tutti parlerebbero di questa svolta epocale; certo non mancherebbero le critiche, ma, preparandosi, si potrebbero tranquillamente volgere in positivo
- Guadagno in termini di risultato complessivo, persone pagate vuol dire professionismo e professionalità, per cui lavoro migliore. E la cosa va in primis a vantaggio dei ristoratori
- Un guadagno in termini di onestà intellettuale: si pone il problema (fare una guida al massimo della serietà costa cifre insostenibili) e si dice chiaro e tondo come lo si vuole risolvere
- Si torna ad essere innovativi, opinion leader di riferimento

COSTO PER I RISTORANTI
E quindi ci rimettono solo i ristoratori? No: i ristoratori avranno un servizio migliore, utile, serio, autorevole. Da parte loro molto controllabile e valutabile. E lo pagheranno poco, molto poco. Quanto costerebbe loro tutta la rivoluzionaria operazione? Quasi niente. Ogni ristorante ha delle spese fisse e delle spese variabili. A guardar bene l’unica spesa variabile di un ristorante in funzione di un cliente in più è ciò che si mangia. In termini economici il costo marginale di un coperto in un ristorante è esclusivamente il food cost. Il food cost per un ristorante di alto e altissimo livello non è mai superiore al 25% del conto, e si abbassa con il crescere del conto stesso. La media dei food cost di tutti gli esercizi censiti in guida sta ben sotto al 20%. Ma stiamo pure sul limite massimo dell'ipotesi.
Al massimo della spesa, escludendo bottiglie di vino che non saranno ricomprese in alcun modo nel buono e che l'ispettore, eventualmente, pagherà a parte e di tasca sua, parliamo per un conto di 100 euro di (25 euro food cost * 2 persone) * 3 visite = 150 euro. E siamo nella fascia altissima che prevede che tutte e tre le visite vengano effettuate e che tutte e tre vengano effettuate da una coppia (sempre preferibile per provare più piatti e non dare nell'occhio) di persone e che ci si trovi in un ristorante 'da cento euro'. L'investimento medio che l'operazione richiede ai ristoratori dunque si colloca ben al di sotto degli 80 euro annui. Probabilmente l'operazione non comporterà il fallimento di nessun ristorante e potrà essere compensata, per ogni esercizio inserito in guida, con l'invio gratuito di tre copie della guida da tenere in sala.

VISION
Questa notevole innovazione con le sue conseguenti riduzioni dei costi e con i suoi relativi maggiori investimenti sulle risorse umane, gli ispettori, le professionalità e il prevedibile passaggio dalla carta alla app delle guide (se ne stamperanno sempre meno, se ne venderanno sempre di più -e a costo inferiore- su supporti digitali) con un ulteriore calo dei costi ed un aumento dei margini, potrà portare a tendere un settore storicamente in perdita (e quindi marginalizzato in periodi di difficoltà) a non perdere più soldi e, parallelamente, ad accrescere la propria autorevoleza.
In particolare in riferimento alle app ed alla loro importanza strategica nel mondo delle guide di ristoranti (non solo Gambero, ovviamente), risulta vieppiù strategico poter disporre di una rete di professionisti sempre pronti e sempre nelle condizioni di poter effettuare visite, con il fine ultimo di rilasciare più nuove versioni della guida durante l'anno e non una unica edizione che valga per 12 mesi pur risultando decisamente invecchiata dopo molti meno.


OBIEZIONI

Come sarebbe vissuto, in questo periodo storico con tutte le aziende della ristorazione in crisi, uno scarico di oneri (seppur minimi come abbiamo visto) da un editore ad un ristoratore?

Il Gambero Rosso è nell'attuale momento in grado, a livello di immagine e di autorevolezza, ad imporre una operazione simile? L'azienda è attualmente in grado di sopportare le critiche, rispondere con lucidità?

Come comportarsi con quei ristoratori che decideranno di non partecipare all'operazione e si rifiuteranno di inviare i buoni?

Come ci si orienterà con i nuovi ingressi in guida? Con le nuove aperture? Con i ristoranti che non sono negli indirizzari aziendali e che quindi non possono ricevere la richiesta di invio-buoni?


lunedì 30 settembre 2013

TRST

Trieste Trieste Trieste Trieste
Arrivai che ero un ragazzetto
Ma ti riconobbi nel mio sangue
Come se da sempre ti avessi conosciuto

I nonni parlavano la tua lingua
ma io non comprendevo il motivo
per cui si ostinassero a comunicare nel tuo idioma
pur essendo esuli da tempo

Otto anni bellissimi ci siamo donati
senza che mai il minimo dubbio ci sorgesse
eravamo fatti l'uno per l'altro.
Ed in breve mi trasformasti in tuo cittadino

Poi, diventato uomo, mi lasciasti partire
Entrambi capimmo che dovevo andare
Ma sapevamo che era un arrivederci
E infatti mai ti lasciai completamente

Otto anni da foresto che torna dalla sua bella
Si eri la mia bella Trieste mia.
Per te ho tradito le mie radici
Il leone alato si chiede ancora perchè

Ti avevo lasciato una casa.
Dove ognuno si è sentito accettato
che è diventata una certezza
per tutti coloro in cerca di un giaciglio

Ho decantato per ore le tue lodi.
In ogni dove ed in ogni modo
Ho esportato i tuoi vini. Ho divulgato il tuo essere,
senza chiederti niente in cambio

Ti ho ammirato e ti ho ringraziato
dal molo e dal carso. In scooter e al mare
Ogni volta che tornavo, ti donavo un momento
Solo per noi. Senza nessun altro

Sono stato gentile e ti ho compreso
Mi davi forza e speranza.
Se era buio accendevi la luce
Se ero triste mi rallegravi

E adesso mi cacci, stuprando le mie certezze
Son due anni che non ti comprendo più
Che non mi dai più gioia e allegria
che cerchi di farmi capire che non vi è più posto per me

Cosa ti ho fatto Trieste mia? Sono stato cattivo?
Vuoi veramente che non torni più?
Che dia via tutto ciò che ci unisce?

Io sono pronto. Ma sappi che ti mancherò

lunedì 8 luglio 2013

TONY, FREDDY, TERRY E LA TRADIZIONE POPOLARE

Tony, Freddy, Terry e la tradizione popolare

Si era ritovato così.
Dagli tu spiegazioni, morali, significati su quello che poteva essere, semantiche incomprese anche dagli attuali, figurarsi doverle spiegare a qualunque altra forma animale.
E lui stesso pensava che era così, quindi perchè non riusciva a smettere di pensare?
15 anni lunghissimi. A guardare una porta e cercare di capire perchè era successo a lui. Chiuso in uno scantinato di dimensioni ridotte per non dire esigue.
A tradurre in almeno quattro dialetti diversi ogni singola frase del campionario per corrispondenza della S.C:A.R. Ph Consuling sugli oggetti da non dimenticare quando si va in vacanza.
Ma sapeva anche lui che non ci sarebbe mai riuscito, e lasciava alla mera creazione di neologismi cadenzati, gran parte delle verità del catalogo
Ok. Ma questo era stato solo l'ultimo dei suoi divertissement.
Ma da dove la si volesse osservare, la creazione di quella maledetta tradizione popolare, era supportata dal consiglio dei saggi. Enormi e completamente automatizzati.
Ed era in auge da ancor più a lungo dell'ultima volta in cui "Freddy si era deciso a correre e ad alzarsi dal suo posto di ipotetico controllore e guida dei suoi sodali".
Era questo il punto. Il problema.
Era l'unica cosa che si imparava fin da bambini. Le uniche tradizioni popolari, regole morali, attestati di riconoscimento validi ed inconfutabili erano quelli precedenti a quando "Freddy si era deciso a correre e ad alzarsi dal suo posto di ipotetico controllore e guida dei suoi sodali"
Ovvio che la prima cosa che aveva provato a fare era infilarsi nelle pieghe di quella stupida regola. Gli ci erano voluti anni. Dovette desistere. Troppe le affinità con Terry nel passato dei suoi antenati.
Terry. Freddy.
Due nomi che affossavano le migliori intenzioni. Sinonimo di gioia e agilità intuitiva. Contrario di Savoir faire e peccaminoso.
Terry e Freddy. C'era un prima e un dopo.
Intagliati per l'eternita' in blocchi di legno ignifugo, ma che comunque era andato a fuoco, con tutto ciò che questo significò giù al paesello.
A lui era toccato una di quelle tradizioni popolari che sembrano insignificanti ma che denunciano un chiaro disagio. Una di quelle di cui ne parla la gente al bar, di fronte ad un panino con salame, castelmagno e lampascioni sott'olio. A cui nessuno presta attenzione.
Un truismo culturale.
Un truismo culturale che aveva sformato un mondo intero. A causa della sua indecisione.
Si ricordava ancora quella giornata in cui la tradizione popolare era giunta a compimento.
Ne aveva visto i segni. Ne aveva ricongiunto i mille cristalli. Come pezzi di un salvadanaio ancora intero.
La mattina Flora aveva alzato il gomito. Lei che non beveva mai. Era astemia. Come aveva potuto. Era la sua assicurazione.
Il pomeriggio, Gioele aveva ripetuto lo stesso del giorno prima. Era andato a controllare di persona, ma tanto sapeva che Gioele erano anni che ripeteva lo stesso del giorno prima. Se Flora era la sua assicurazione, Gioele era la scartina nel mazzo di opzioni delle sue carte mi ha chiamato vincente ma è uno zingaro un trucco.
La sera il geco che stazionava sui muri perimetrali della sua dimora, si era trasformato in Tina Turner a 16 anni. Ora, questo non succedeva particolarmente di frequente, ma non era sicuramente la prima volta che capitava
La notte si era addormentato.
Le quattro condizioni si erano per la prima volta manifestate contemporaneamente, la tradizione popolare aveva le condizioni necessarie e sufficenti per venire alla luce. Per ostentare la sua grazia e la sua parvenza intellettuale.
Già la mattina si rese conto che le cose erano cambiate. Non era nemmeno uscito in terrazza. E ancora se ne rammaricava, dato che mai più ne ebbe occasione.
Dalla finestra di casa sua riconobbe l'oleografia del Charlton Heston dei Dieci comandamenti interpretare Pelè in Fuga per la Vittoria.
E persone, persone, persone. Mille, migliaia, milioni di persone. Certo non le vedeva tutte, ma ne riconosceva l'odore, l'attrito, i desideri di conversione.
E in quel momento, avrebbe dovuto agire subito.
Ma lui non lo fece. Pur conoscendo la tradizione popolare che lo riguardava da sempre.
E poi nel pomeriggio, il nuovo errore, quello definitivo.
Aveva alzato verso destra il copri chiave della serrattura dell'entrata di casa. Da quel buco, la pressione dei sospiri delle persone che stazionavano di fronte a casa, arrivati ormai, secondo le ultime stime, a più di 4 miliardi, lo scaraventò verso dietro, finchè la forza dell'aria lo incastrò nello sgabuzzino che ostentava di fronte alla porta d'ingresso.
E oggi 15 anni dopo, era ancora lì, a decidere cosa fare di quella tradizione popolare che gli si era attaccato addosso, in gran parte per colpa della Flora e di quella sua mattina da beona.
Si effettivamente questo non se lo era ancora spiegato. Perchè la Flora quella mattina aveva deciso di alzare il gomito. Lei, missionaria e ricreativa. Lungi da vederla in una qualunque situazione diversa.
Lei, proprio lei..
Ma dopo 15 anni, non ne poteva più. Bisognava iniziare a fare quello per cui era venuto al mondo. Quello che la tradizione popolare voleva.
Poi si chiese cosa potesse essere cambiato rispetto al giorno prima e si diede altri 20 minuti per decidere.
Si alzo'. Andò alla porta e con una sicurezza che lo sorprese appoggiò la mano destra sul pomello. Che gelida manina pensò il pomello.
Aprì la porta e non gli venne in mente niente di meglio che chiedere "Ma oggi si scia su al Passo di Campolongo?" Effettivamente la giornata era alquanto fredda e si intravedevano in lontanza cime innevate. A un secondo sguardo si rese conto che non era neve, ma tuniche bianche di vecchi filosofi greci giunti per l'occasione. Erano lontani perchè nella loro saggezza sapevano che ci sarebbero voluti 15 anni e se la erano presa comoda.
Ma la sicurezza arrivò tutta in un colpo. Alla vista di quella miriade di persone che offuscavano l'orrizonte, capì che non poteva più tirarsi indietro.
"Cominciamo"
Le lettere ci,o,emme,i,enne,ci,i,a,emme e o risuonarono lungo tutta la valle. Le persone esultarono dalla gioia, calvi si strapparono le vesti, un'orda di personaggi con tatuaggi da bassa capitaneria di porto iniziarono a fischiettare. Felicità e sagacia riempirono i canali della valle.

Ed eccolo qui. Dopo 15 anni di indecisione a dover decidere per il 33,333333 %, si, un terzo, delle persone che avevano abitato la terra. Prima e dopo Freddy e Terry.
La tradizione popolare non poteva essere messa in discussione, e la sua recitava chiaro:
Se mai Flora alzerà il gomito nella stessa giornata in cui Gioele ripeterà lo stesso del giorno prima, il geco prenderà le sembianze di TIna Turner a 16 anni e Tony si addormenterà, Tony stesso dovrà decidere il destino di un terzo delle persone che hanno abitato il mondo, valutandole esclusivamente per la precisione nel recitare le preghiere, le perversioni sessuali e il colore preferito. In cambio prenderà il posto del figlio del Sultano del Brunei
Quindici lunghissimi anni per decidere. Adesso però era pronto. Non vedeva l'ora di cominciare.


"Entri il primo" disse Tony

sabato 9 marzo 2013

Prime impressioni


Sono solo sensazioni. Potrei essere nell'errore più' totale, ma, mie e completamente soggettive.
Eccomi qui a scrivere le mie prime impressioni newyorkesi. La prima cosa che ti sorprende della città' e' sicuramente l'accoglienza, e' una città' calda e molto semplice di primo acchito.  Il paradosso e' che questo non deriva dal calore delle persone o della città', ma proprio dal contrario, e' una città' che dalla freddezza e dal menefreghismo totale delle persone diventa accogliente.
E' lo stesso paradosso (al contrario) del film di Emmerich The day after tommorow, in cui il mondo soccombe sotto una nuova glaciazione derivante dall'innalzamento del riscaldamento globale. Qui, non gliene sbatte un cazzo a nessuno chi sei, cosa fai, da dove vieni, quindi diventa abbastanza facile inserirsi e farsi i fatti propri in perfetta tranquillità'. Ti senti a casa tua perché' potrebbe essere la casa di chiunque al mondo. Esattamente il contrario di come e' Roma ad esempio, città' calda che diventa freddissima nel momento in cui non condividi le regole di comportamento generale. New york e' enorme, Manhattan no. Sicuramente grande, ma ci si muove con una facilita' che distrugge ogni distanza. Puoi tranquillamente andare da una parte all'altra della città' (considerando anche le vicinanze di Brooklyn, Queens e Bronx) più' volte al giorno senza problemi. E' un luogo dove dopo 3 giorni riesci a muoverti con estrema facilita', e' una rastrelliera perfetta, e' tutto una avenue verticalmente e una street orizzontalmente. Penso di non aver mai utilizzato un numero civico per arrivare in un posto. E' l'isolato che conta, ovvero il quadrato che nasce dall'intersezione tra una avenue e una street, poi il posto lo trovi. La città' cambia in continuazione, abito nell'east village 2nd avenue 7th street, e se quando esco di casa mi muovo verso  sinistra, vero la 3rd avenue,   in 200 metri mi trovo catapultato nella NY dei grattacieli, nella NY da immaginario collettivo. Se vado a destra, verso la 1st av potrei essere tranquillamente nel centro bohemien di una qualunque capitale europea. Andando più' a sud ed entrando a chinatown, potrei essere a Shangai, dove anche i nomi delle cose  sono indicati in lingua indigena. Il tutto vissuto dalle persone con estrema naturalezza. E' la città' di chiunque. La cosa che forse vedi meno e' proprio l'americanita', che finora ho riconosciuto solo nell'orgoglio patriottico del memorial center del World Trade Center (a scanso di equivoci, ero entrato solo perché' mi serviva il Wi-FI : ) ) e in qualche schifosamente obeso che pascola per la città'. La città` ha sicuramente un anima mediterranea, molto più' che continentale. E' pulita, ma non pulitissima, ordinata, ma non ordinatissima. Italiani, Ebrei, Russi e Orientali hanno lasciato il loro imprinting in maniera sicuramente maggiore rispetto agli anglo tedeschi olandesi delle origini. Che pero' mantengono una specie di ultima parola. Ecco quindi forse svelato  l'arcano, che può' concludere il mio ragionamento. E' come un gioco in cui le regole sono state dettate dal più' classico degli Wasp, che pero' ha invitato tutto il mondo a giocare, questo gioco si e' modificato e si e' arricchito, ma lasciando il regolamento delle origini e facendolo diventare in automatico il gioco più' importante del mondo.

martedì 24 luglio 2012

La storia italiana del XX° secolo in 5 minuti

Il 1° gennaio del 1900 inizia il XX°secolo
Il secolo inizia alla cazzo per gli italiani.
Il 29 Luglio, a Monza (che non è proprio la miglior città in cui morire) Umberto I viene assassinato .
E’ un anarchico a sparare, tale Gaetano Bresci.
Da questo momento la paura della violenza anarchica verrà utilizzata a più non posso, in qualunque luogo o modo.
L’Italia nel 1915 entra in guerra. Non sa con chi e come.
E’ alleata con Germania e Austria.
Ma piccolo particolare, la guerra serve per liberare Trento e Trieste, di dominio austriaco.
La confusione politica italiana era già vera realtà.
Alla fine si cambia alleanza e vinciamo la guerra ma è come se l’avessimo persa
Dopo milionate di morti, a Trento e Trieste sventola il tricolore. A cui si aggiunge Bolzano, italiana come le Maldive, ma non Fiume e la Dalmazia.
D’Annunzio non ci sta e con una combriccola di preti sposati, cocainomani e mignotte, invade Fiume e ci resta per un paio d’anni. Poi quando la droga finisce, i preti hanno le visioni da overdose e le mignotte tutte la sifilide, D’Annunzio capisce che il momento di farsi da parte.
Non prima però di passare il testimone a un suo lui meno culturalmente estetico, più animale e più politico (in questo caso non sono sinonimi). Pelato.
Si trova a San Sepolcro con una manica di avanguardisti reazionar rivoluzionari, neanche loro sanno cosa sono. Urla contro i preti.
Dopo 10 anni il Duce firma i Patti Lateranensi, donando alla chiesa un ruolo socio educativo verso gli italiani, che mai perderà. Un mangia preti da in pasto gli italiani ai preti.
Il duce si esalta nel colonialismo, andando a rompere i coglioni all’unico paese africano a cui non bisognava rompere i coglioni. Perfetto tempismo.
Manda militari a morire in Spagna, e non sapendo cosa fare una domenica pomeriggio, si allea con l’umano più odiato della storia. Iniziano altri casini. Che ci portano nuovamente in guerra.
Combattiamo metà guerra con i tedeschi, e metà guerra contro i tedeschi, come al solito non si capisce un cazzo.
Alla fine perdiamo la guerra, ma facciamo finta di averla vinta.
Dalla guerra escono tre vincitori: La mafia a sud, la chiesa al centro, i partigiani al nord.
Ma non siamo più uno stato, siamo una provincia degli Stati Uniti in Europa.
Gli Yankees si trovano a cena, si guardano tra di loro e in 10 minuti decidono il da farsi. “Fuck the fuckin comunist. Lucky Luciano is a big friend of us. The Pope is nice, he dress so elegant” questi i concetti espressi durante la cena.
Conseguenza : si crea un mega partito di nome Democrazia Cristiana, un alleanza cattolico mafiosa, travestita da grande partito popolare.
Avrà potere di vita o di morte per 45 anni.
I partigiani al nord si riversano nel Partito Comunista. Al potere una spia Stalinista macchiatasi di crimini contro l’umanità durante la guerra civile spagnola. Un gran bel panorama.
"Occhio ai comunisti che mangiano i bambini ed odiano dio" gli italiani si cagano sotto e votano la D.c, la D.c non mangia i bambini ma si mangerà goduriosamente tutto il resto
Arrivano i soldi degli americani e si ricostruisce il paese.
Stato. Chiesa. Industria pubblica gli ingredienti del successo.
I comunisti sperano di prendere il potere, che a utopia sta come pensare di farsi il Pacifico a nuoto con le gambe legate.
Ma vuoi mettere il sano idealismo comunista?
Intanto grazie anche a questo le elezioni di questo paese diventano una scelta tra mafiosi cattolici e comunisti mangia bambini. Morire di inedia o di stenti ? Questo il problema.
Poi tornano sulla scena i nostalgici del pelato. A cui fanno credere di essere importanti per il pericolo mangia bambini. Ma non se li fila nessuno. Però riescono comunque a fare un 200 morti in 10 anni mettendo bombe senza sapere che cazzo stiano facendo. Lo schema è semplicissimo, arriva qualcuno, bisogna far qualche morto, chiama il camerata de sti cazzi, metti la bomba. Nessuno sa niente. Amen
Anche dall'altra parte non si scherza. La stessa a cinque punte entra prepotentemente nella vita sociale del paese. Attentati dimostrativi, gambizzazioni, omicidi. Organizzato il tutto un po' alla cazzo. Ma il coupe de theatre è dietro l'angolo. Riescono a sequestrare ed ammazzare il politico più influente del dopoguerra italiano. La storia assomiglia alla barzelletta dell'Agnelli che ha iniziato con una banana e si è fatto da solo: vende una banana e compra due meloni, vende due meloni e compra tre angurie, vende tre angurie e compra una cassa di arance. Muore il nonno ed eredita la Fiat....
Solo a sud tutto procede per il meglio. Sino all’inizio degli anni ’80 quando un pazzo scatenato della provincia di Palermo, decide che la Mafia non deve più comandare.
Si chiama Toto Riina. Sarà assunto a icona della Mafia. Curioso.
E quindi anche al sud iniziano i casini.
Alla fine degli anni ’80 la situazione è allo sbando.
Comunisti che non sono comunisti perché non esiste più il comunismo, ma non sono mai stati comunisti perché non credevano nel comunismo ?!?!?!?
Cristiani democratici amputati del loro alleato mafioso.
Debito pubblico fuori controllo dopo 10 anni passati a puttane e cocaina.
Intanto è arrivato sulla scena internazionale, Giovanni Paolo II "il papa muratore" tira giù il muro di Berlino, MIRACOLO! ...è opera di dio...(opus dei appunto) ma i soldi li hanno messi altri. Tutto il meglio della società italiana: mafia, banda della magliana, servizi segreti deviati. Così vanno tutti a festeggiare al Mc Donalds. 
Poi arriva Tonino ed arresta alcuni paninari rovinando la festa a tutti.
Tutti a pensare, che bravo sto Tonino che li arresta tutti. Ma le cose sono andate un po' diversamente. Gli americani si ritrovano a cena dopo 40 anni, e anche questa volta alla fine del pasto trovano la soluzione.
"Antipasto:  Hey guys, comunism is gone, thanks to Italian politicians. Primo piatto : But you know what, they are all friends of fuckin muslim. Secondo piatto : We have a problem buddies. Dessert : I guess we can give them all a big kick in their ass"
Sa da rifar tutto.
Ma gli ingredienti son sempre quelli, mafia, poteri forti, chiesa.
Bisogna solo trovare lo chef che li unisca in un sol piatto. Lo trovano vicino a Milano.
In un attimo si allea con i più fedeli patrioti italiani, gente con il tricolore tatuato sul petto, e con un gruppo di psicolabili che credono al Dio Po (che non è l’abbreviazione di una bestemmia) e che si puliscono il culo con il tricolore. Anche in questo caso si noti la coerenza dell'alleanza.
Dall'altra parte, i comunisti (8 in tutto) fondano 16 partiti comunisti diversi e passano le giornate a sputarsi addosso.
Dura poco
E allora spazio agli ex comunisti mai stati comunisti alleati in un confraternita che va dai centri sociali ai sagrati delle chiese. Sempre e comunque coerenza nelle alleanze.
Il 31 dicembre 1999 finisce il XX°secolo.

sabato 21 luglio 2012

Osservazioni sull'universo astratto. O cazzate che dir si voglia

Vivere la vita, porta alla felicità? Alla serenità no di sicuro. Don Abbondio era sereno, prima di trovare i bravi. E la felicità cosa è? Ha a che fare con la serenità? Nel racconto "Era Agosto" dicevo di sì. Definivo la serenità come la porta che conduce alla felicità. Ma che felicità è quella che viene dalla serenità? E' felicità vera? Se guardiamo gli opposti la definizione non può essere veritiera. La non serenità non può portare al dolore. Sempre se si considera il dolore il contrario della felicità. Ho iniziato a capire negli anni, che dolore vero e felicità vera sono tutto sommato due facce della stessa medaglia. Sono emozioni, sensazioni, sentimenti portati all'estremo. Nel bene come nel male. Il dolore può diventare bello. Sveglia esattamente allo stesso modo della felicità. Se provi dolore, che sia fisico, spirituale, emotivo, ti senti vivo. Quasi felice del sentirti vivo. La non serenità no. Pur essendo più comune e meno faticosa, la non serenità è sempre negativa. Uno dell'Opus Dei che usa il cilicio, è felice nel suo dolore fisico. Ma proprio perchè è dolore. Non è che si mette a controllare le fatture dell'associazione per non essere sereno. Certo la felicità è molto meglio. Ma quante volte si raggiunge la felicità nella vita? E soprattutto, la nostra soglia della felicità è uguale? O è una parola che significa tutto e niente in funzione di chi la usa? Per me è uno di quei casi in cui il sostantivo è assolutamente diverso dall'aggettivo. Pensateci bene, dire sono felice, è molto più facile di dire ho raggiunto la felicità. C'è la stessa differenza che intercorre tra lo segnare un gol di testa a Montuzza e vincere la Champion's League. Sono felice è una locuzione che usiamo in continuazione. Ma proveremmo vergogna a dire ho raggiunto la felicità. E anche se lo diciamo, è una situazione così rara nell'esistenza, che diventa difficile da raccontare, spiegare e comunicare. Basetti